LA PAROLA PER LA SETTIMANA

Il vangelo di Matteo è composto da cinque discorsi di Gesù. Ognuno di questi discorsi viene dopo il racconto di ciò che Gesù faceva. Gesù, infatti, non è uno che parla in astratto. Incomincia sempre agendo, facendo, stando insieme. Solo dopo fa delle considerazioni, proprio a partire da ciò che è accaduto, e specialmente da come re-agiscono le persone che sperimentano ciò che lui fa e dice. Oggi Gesù riflette dopo l’esperienza della missione dei discepoli e discepole, inviati-e da lui con parole simili: “andate, guarite, annunciate”, e ancora: “due passeri si vendono per un soldo, eppure anche loro contano agli occhi di Dio. Immaginatevi quanto contate voi ai suoi occhi, molto di più”; e: “non cercate vantaggi per voi, non accumulate ricchezze, il vostro segno distintivo sia la gratuità del cuore e delle mani”; “chi avrà dato da bere a un solo bisognoso, avrà la sua ricompensa”, che potremmo forse parafrasare così: il gesto stesso di donare è la ricompensa, perché la ricompensa è già nel gesto, se è fatto con amore.
La missione ha generato cose entusiasmanti, ha presentato anche fatiche, ha chiesto perseveranza e responsabilità. E proprio qui, in una specie di bilancio di quell’esperienza, Gesù dice: questa generazione, cioè voi, assomigliate a persone invitate a giocare con i bambini, ma che non muovono un passo. A persone invitate a prendere parte alla sofferenza di chi patisce, ma che non si lasciano scalfire. Come può accadere di stare nei paraggi del Vangelo, una sorgente formidabile di valori e convinzioni, ma anche di sentimento, emozione, e coinvolgimento, e rimanere asettici, immuni?
Da tempo mi piace leggere e ascoltare ciò che propone lo scrittore Alessandro Baricco. Trovo che abbia la qualità che contraddistingue un artista: percepisce delle cose che anche io avverto, ma in maniera confusa, mentre lui è in grado di esprimerle, in maniera nitida, coraggiosa. Lascio la parola a lui, ritrovabile su youtube mettendo “Baricco e la perdita della fede”. “Ad un certo punto della mia vita, ho capito che il corpo arrivava un quarto d’ora prima del resto. Io che ero un ragazzino cerebrale, ho fatto un mestiere, lo scrittore, che è puramente mentale, sembra essere privo di corpo completamente. A un certo punto, ti accorgi che è molto sofisticato, cioè i messaggi che tu ricevi con il corpo, rispetto a quelli che cerchi di elaborare con la mente, sono molto di più. E così, è stato un apprendistato, e tutte le cose che si fanno con il corpo, dal sesso all’ammalarsi, mi sono venute meglio nella seconda parte della vita. Non sento di credere, però ho benedetto mille volte il fatto di essere passato da lì (dalla chiesa-formazione cristiana). Però, per dirne una, se poi ci ho messo mezza vita per accorgermi che avevo un corpo, forse è perché venivo da lì”.
Credo che Gesù non esprima il suo dispiacere perché le persone faticano ad attivare le emozioni nel rapporto con Dio, e nella religione. Non è facile attraversare e superare la spinta alla conformità che, da sempre, caratterizza ogni formazione ai valori e alla religione. Gesù soffre perché le persone tendono addirittura a convincersi che va bene così, che è meglio stare al riparo da emozioni e sentimenti. E’ l’atteggiamento, in una parola, del veterano. Per il veterano, tutto ciò che accade è il rifacimento di qualcosa che ha già visto, già saputo. Già vissuto, incamerato, reso controllabile. Lo stupore e la meraviglia sono da escludere, perché sarebbero solo un segno di fragilità, e non ci si può permettere di farsi vedere fragili. Il veterano si è addestrato da solo a non vibrare, a non fremere e non commuoversi per niente di attuale. Gesù cita i discorsi delle persone: “non vi va bene Giovanni Battista perché digiuna troppo, e non vi vado bene io perchè non digiuno e sto a tavola con le persone”. Invocano una media misura, un equilibrio condivisibile, sorretti dal consenso di altri veterani. Si riparano dietro la richiesta, apparentemente saggia, di un po’ di moderazione. Ma è solo un auto-inganno. In fondo, a loro non importa veramente né di Giovanni, né di Gesù, né probabilmente di nulla. Gli importa di esprimersi sulla vita, sul mondo, potenzialmente su tutto, occupando un immaginario centro di simmetria. La pratica consumata dell’equidistanza, in cui il veterano è diventato esperto anche senza accorgersi, è un modo per sentirsi nel giusto, o anche solo per sopravvivere, e non essere importunato, senza realmente esporsi mai. Credo, e lo dico per me, che se si abita la Chiesa da non innamorati, delle cose belle, dei giochi dei bambini, da non scalfiti da sofferenze anche lontane geograficamente, allora non si abita più la Chiesa, la si occupa. La si usurpa, stravolgendo, spegnendo, la sua ragion d’essere, che è apertura, invito, predisposizione a decentrarsi per affiancarsi alla vita delle persone.
Mi sento aiutato, dal Vangelo e oggi anche da Alessandro Baricco, a vivere quella regressione creativa, il caos dolcissimo, il piacere di giocare insieme ai bambini, il passaggio dai pensieri concatenati già fatti alle mille possibilità con cui possono combinarsi immagini, segni e gesti, quando nelle nostre vite entra l’amore.
Buona domenica! Don Ugo
